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A Ceccano la prima “miniera urbana” d’Europa: l’ecologia che difende la sovranità - Terra dei Figli Blog
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A Ceccano la prima “miniera urbana” d’Europa: l’ecologia che difende la sovranità

A Ceccano la prima “miniera urbana” d’Europa: l’ecologia che difende la sovranità

C’è un’idea di ecologia più antica dell’ambientalismo ideologico, e forse più solida: non sprecare ciò che si possiede già. È la virtù domestica e contadina del riuso, lo stesso istinto che spingeva i nostri nonni a non gettare nulla che potesse ancora servire. A Ceccano, in provincia di Frosinone, quella virtù sta per diventare industria. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha autorizzato la realizzazione del progetto LIFE 22ENV-IT-INSPIREE: il primo impianto su scala industriale d’Europa per recuperare le terre rare dai magneti permanenti contenuti nei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE). Non un esperimento di laboratorio, ma una filiera vera, uno dei 47 progetti strategici selezionati dalla Commissione europea nell’ambito del Critical Raw Materials Act. Le terre rare — neodimio, praseodimio, disprosio — sono il cuore invisibile di ogni tecnologia avanzata: hard disk, motori elettrici, turbine eoliche, automotive. Oggi la loro filiera è quasi interamente in mano alla Cina. Recuperarle dai nostri stessi rifiuti significa trasformare un problema in risorsa: ciò che chiamiamo “spazzatura elettronica” è in realtà una miniera già scavata, che attende solo di essere rimessa in circolo. I numeri danno la misura della svolta. A regime l’impianto tratterà fino a 2.000 tonnellate l’anno di magneti permanenti, ricavandone circa 500 tonnellate di ossalati di terre rare (fino a 700 secondo le stime di progetto): quantità sufficiente ad alimentare un milione di hard disk e laptop e dieci milioni di magneti per applicazioni come l’auto elettrica. Il processo — disassemblaggio dei magneti e successiva idrometallurgia a bassissimo impatto — è frutto del lavoro di Itelyum, azienda italiana, in collaborazione con l’Università dell’Aquila e altri partner industriali. Qui sta il punto che merita di essere sottolineato. Per anni l’ecologia è stata raccontata come rinuncia: consumare meno, produrre meno, sentirsi in colpa. L’impianto di Ceccano racconta un’altra storia, fatta di produzione e non di privazione. È l’economia circolare nella sua accezione più sobria — non uno slogan, ma la capacità di chiudere i cicli, di non dipendere, di custodire ciò che si ha. È, in fondo, quel «passaggio evolutivo» nel rapporto con i rifiuti di cui scrive Nicola Procaccini in L’ecologia dei conservatori: non più distruggerli o sotterrarli, ma valorizzarli e rimetterli in circolo. «Garantire l’approvvigionamento di materie prime critiche significa oggi rafforzare la nostra autonomia industriale, energetica e tecnologica», ha osservato la viceministra Vannia Gava. È esattamente così: la sicurezza degli approvvigionamenti non è una questione meramente tecnica, ma di sovranità. Una Nazione che recupera in casa ciò che altrimenti dovrebbe comprare da regimi lontani è una Nazione più libera. Non sfugge il valore simbolico del luogo. Che la prima “miniera urbana” del continente nasca nel Lazio, in una provincia spesso associata alla deindustrializzazione, dice che il riscatto produttivo passa anche dalla tecnologia verde fatta bene. Non l’ambiente contro il lavoro, ma l’ambiente come lavoro. È questa la strada: un’ecologia che non vieta ma costruisce, che non delega all’estero la propria coscienza ma se ne fa carico qui, custodendo le risorse come si custodisce un’eredità. Da Ceccano arriva la prova che difendere la natura e difendere la nazione possono essere, finalmente, la stessa cosa.

Claudio Rotunno – www.terradeifigli.it

La Redazione